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Cosa fare per migranti e rifugiati in questo clima politico

[articolo aggiornato al 31 luglio 2018]

Interessarsi di politica è stare al mondo. Interessarsi di politica non è commentare l’ultima uscita di Salvini, ma chiedersi cosa rischiamo davvero con la somma delle sue uscite – vuol dire farsi qualche domanda in più, non restare inerti e indifferenti.

Paolo Di Paolo*

Ci sono due tipi di contenuti da cui siamo bombardati in questo particolare periodo storico-politico: quelli delle persone che sono contro le dichiarazioni del ministro dell’Interno e quelli di chi è a favore. Online, ma anche in autobus, in palestra, per strada, tutti esprimono le proprie opinioni e, a meno di staccare completamente la spina dai propri account social ed evitare la frequentazione di luoghi pubblici, continueremo a essere circondati da notizie che riguardano la situazione politica attuale e le sue conseguenze sulla vita di migliaia di persone che fuggono da guerre e povertà.

Lasciando da parte la via eremitica, se siamo toccati dal tema non si può fare a meno di reagire. Ma so che molti si chiedono “come”.

In un pezzo su Internazionale Annamaria Testa scrive che oggi ogni forma di altruismo rischia di essere etichettata come buonismo obsoleto e fallimentare. Quindi è necessario capire cosa distingue una persona “buonista” da una “altruista”:

Altruismo è l’atteggiamento e il comportamento di chi non si limita a conciliare il bene proprio con quello altrui (come dovrebbe fare ogni brava persona) ma si preoccupa del bene altrui a prescindere dal proprio, e lo fa affrontando un rischio o un costo, e senza attendersi alcuna ricompensa.

A differenza del “buonista” la persona altruista agisce concretamente per il bene di un altro, a diversi livelli. È qualcuno che non si ferma al provare empatia o compassione per la situazione di disagio e sofferenza del prossimo, ma agisce per alleviarla.

Quindi, ecco alcune idee, per chi vuole agire da altruista e non solo da buonista:

  1. Informarsi: è fondamentale per essere preparati al dibattito pubblico ed evitare di attaccare chi ha posizioni diverse dalle nostre senza fornire spiegazioni solide. Consiglio di seguire alcuni giornalisti che sono sempre sul pezzo sulle tematiche della migrazione, in particolare Annalisa Camilli, Marina Petrillo, Cosimo Caridi, Matteo Villa, Eleonora Camilli.
  2. Sensibilizzare: ne parlavo nel post sulla rabbia. Intervenire quando ascoltiamo o leggiamo argomentazioni in contrasto con le informazioni che abbiamo raccolto è la prima forma di “azione” che possiamo intraprendere, senza usare toni forti che possano portare la discussione in un vicolo cieco, dove tutti urlano la propria opinione ed è impossibile ascoltare gli altri. Prendiamo esempio da Jane Fonda.
  3. Fare volontariato per incontrare faccia a faccia le persone di cui tutti parlano senza avere idea di chi siano veramente e quali storie abbiano da raccontare: i rifugiati. A Roma basta passare dai presidi di Baobab Experience, nel resto d’Italia per esempio ci si può mettere in contatto con Refugees Welcome e iscriversi alla piattaforma per diventare attivisti oppure ospitare un rifugiato a casa propria.
  4. Sostenere con donazioni in denaro le organizzazioni: è un gesto semplice, ma di grande impatto, ed è un gesto politico proprio nel momento in cui il governo ne attacca direttamente l’operato. Ci sono anche modi creativi per farlo, mettendo a disposizione le proprie competenze professionali, come scrive Sara Porro in questo articolo su Vice. Continuate a seguire anche il sito di You Hate We Donate, campagna di cui avevo parlato qui, perché continuano ad aggiornare le proposte di associazioni a cui donare in risposta agli attacchi razzisti degli ultimi giorni.
  5. Sostenere realtà profit che hanno apertamente dichiarato la loro posizione: se un’azienda di abbigliamento, di software, oppure un ristorante, una palestra esprimono pubblicamente il proprio sostegno ai rifugiati, rischiando anche di perdere clienti, scegliamo di rifornirci da loro, confermandogli di essersi schierati dalla parte giusta.
  6.  Fare scelte di consumo consapevoli. Cercare aziende che impiegano rifugiati per i servizi di cui avete bisogno. Ricordo che si tratta di persone che hanno il diritto a una protezione internazionale e che hanno bisogno di un lavoro per garantirsi l’indipendenza economica nel paese che sarà la loro casa per molto tempo. Alcuni consigli per chi vive a Roma da questo punto di vista: iCurdi per lavori di qualsiasi genere, dal giardinaggio alle riparazioni casalinghe (testato personalmente un anno fa dopo il trasloco, li ho appena richiamati per una serie di nuovi lavori); la cooperativa Primizie per collaboratori domestici (fate un contratto con la cooperativa e non dovete preoccuparvi di nulla); Hummustown per catering a domicilio (non li ho ancora mai provati, ma mi è piaciuta un’intervista alla fondatrice che dice “vuoi sapere cosa vuoi fare per i rifugiati? stasera non cucinare!”. Mi sembra perfetto). Aggiungo lo yogurt dei ragazzi africani del progetto di microreddito Barikama  – da profughi a imprenditori – (grazie Allegra!), che in effetti è buonissimo (l’avevo assaggiato tramite le consegne di Casale Nibbi). Edit: sempre su Roma, mi segnalano: la Falegnameria Sociale K_Alma e la sartoria Karalò. In Veneto grazie a Nicole scopro i ristoranti di Hamed Ahmadi, rifugiato afgano, il primo è Orient Experience a Venezia. Grazie a Mariachiara che ne scrive su Munchies posso segnalarvi anche Ca’ Mariuccia, un progetto di agricoltura etica e inclusione sociale nelle colline del Monferrato, in Piemonte. Su Roma mi ero dimenticata il ristorante e progetto Gustamundo, che aperto la sua cucina a chef migranti e rifugiati. Per un brindisi vi consiglio invece il prosecco di Astoria, che oggi 31 luglio ha comprato una pagina sui quotidiani per esprimere la propria posizione contro il razzismo dilagante nel nostro paese.
  7. Azioni di disobbedienza civile. Sì, siamo arrivati a questo punto. Goffredo Fofi, nel suo Elogio della disobbedienza civile (Nottetempo, 2015) prende in prestito una definizione di Teresa Serra per descriverlo come “una violazione intenzionale, disinteressata, pubblica e pubblicizzata di una legge valida, emanata da una autorità legittima”. Al momento non ci sono ancora leggi, ma proclami e circolari del ministro dell’Interno, come quella contro i venditori ambulanti che si vedono sulle spiagge italiane in questi mesi estivi. Il sindaco di Racale, in provincia di Lecce, ha deciso di disobbedire: “Le scrivo per dirle che non manderò i miei vigili a far la guerra ai poveri”, si legge nella lettera inviata al ministro. Io credo che seguirò l’esempio di Gianluca e per la mia vacanza al mare terrò da parte 5€ al giorno da investire in storie e portachiavi africani. Penso anche al caso dei sindaci che impongono tasse più alte a chi ospita rifugiati (tra cui anche una del Pd) o alle guide alpine che rischiano il carcere per aver aiutato i migranti a superare la frontiera (donne incinte, bambini): siamo al limite della persecuzione e se devo schierarmi so da che parte stare.

 

Anche le organizzazioni che lavorano nel sociale si stanno chiedendo cosa fare.

È il momento giusto per parlare di quel progetto con i rifugiati della mia città? Posso usare il tema della migrazione per la mia raccolta fondi?

Secondo me sì. So bene che c’è il timore di essere “attaccati” sui social per le attività che svolgete, invece è il momento giusto per raccontarle. Le opinioni su questo tema sono polarizzate e chi vi sostiene da sempre sarà in prima fila per difendervi da chi la pensa diversamente. Lo dico per esperienza diretta con una ong piemontese che durante il Refugee Day ha diffuso la storia positiva di una rifugiata somala ormai integrata a Torino grazie all’incontro con i loro operatori: molte le critiche, ma molti di più i commenti di sostegno.

Unica accortezza: essere pronti a reagire, con dati alla mano o anche con ironia, alle provocazioni. Gli insulti di qualsiasi genere invece vanno cancellati e segnalati ai gestori delle piattaforme.

Posso chiedere ai major donor di investire in progetti sulla migrazione?

Ogni fundraiser conosce i suoi donor meglio di chiunque altro, quindi se siete a conoscenza di investitori che sono sensibili al tema, è il momento di parlarne perché avranno tutto l’interesse a schierarsi e a mostrarsi “dalla parte giusta” (mi è stato confermato da fundraiser di grandi organizzazioni: ci sono casi di donatori che hanno deciso di investire grosse cifre proprio con l’idea di fare un “dispetto” al ministro dell’Interno).

E se sono un’azienda?

Non lo dico io, ma Paolo Iabichino: è il momento di schierarsi.

Aggiungo: non solo con una donazione, ma immaginando progetti e percorsi con le organizzazioni che lavorano nel campo da decenni. Un esempio: Microsoft nei campi profughi a sostegno di Save The Children, Unhcr e molti altri.

 

*la citazione arriva dalla presentazione di un flash mob che si è svolto a Roma nei giorni primi di luglio, durante il quale alcuni scrittori distribuivano ai passanti una copia fac simile del Passaporto Nansen, un documento ideato dal norvegese Fridtjof Nansen nel 1922 per apolidi e rifugiati che consentì a decine di migliaia di persone, anche a intellettuali come Nabokov o Chagall, di trovare rifugio all’estero scappando alle persecuzioni nei propri paesi.

 

[foto in evidenza: il primo presidio Baobab Experience, 2016, mio scatto]

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