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#CiPassaLaFame, cos’è e cosa può diventare

#cipassalafame è una giornata di mobilitazione per i diritti dei migranti e dei rifugiati, un’iniziativa nata dal basso, da un post su Facebook, da due che si conoscevano solo grazie al fatto di essere stati cooperanti in Africa e averne scritto online. Oggi saremo più di 800 da 27 paesi diversi nel mondo a dire che ci si è rivoltato lo stomaco al pensiero che all’indomani del Giorno della Memoria 47 persone sono ancora a poche miglia da Siracusa senza poter scendere da una nave, che non è possibile rimandare 150 richiedenti asilo nelle prigioni libiche a farsi torturare, che è inaccettabile aver trasformato il nostro mar Mediterraneo in un cimitero della fortezza Europa. È un digiuno collettivo: un atto privato (mangiare-non mangiare), che diventa pubblico nel momento in cui scelgo di donarlo alla causa dei diritti umani.

Qualcuno devolverà il denaro risparmiato alle organizzazioni che operano nel Mediterraneo, qualcun altro ha organizzato una colletta alimentare, molti parteciperanno al presidio a Montecitorio organizzato parallelamente da Luigi Manconi e l’associazione A Buon Diritto. In tanti stanno facendo di tutto per condividere l’iniziativa, e questa è già una bella notizia.

I fatti

Una settimana fa Daniele Biella, giornalista di Vita Non Profit impegnato a raccontare La Storia del nostro tempo, quella delle persone in fuga da povertà, guerre e violenza, condivide sul suo profilo Facebook una testimonianza sui superstiti della nave Acquarius, raccolta nel settembre 2017. E dire che io Facebook non lo apro quasi mai. Ma ci sono persone che meritano di essere seguite per quello che scrivono e come lo fanno, non solo sui giornali, e Daniele è una di queste.

Le sue parole sono un pugno nello stomaco. Perché io lo so cosa succede in Libia. Voi che leggete queste righe lo sapete, ne sono sicura. Ma è come se queste informazioni venissero archiviate dal nostro cervello che deve fare spazio alla vita di tutti i giorni, la spesa, le notifiche di Instagram, l’email del capo. Ma lunedì le parole di Daniele mi fanno sentire un dolore fisico allo stomaco, una nausea. Non è solo un pensiero, tocca proprio il corpo.

“Ho visto segni orribilmente profondi di colpi d’accetta sulle piante dei piedi di un ragazzo: glieli avevano fatti gli aguzzini nelle prigioni illegali libiche. Quando l’ho incontrato zoppicava soffrendo a dismisura. Ho visto una donna le cui parti intime erano state così ripetutamente violate durante la prigionia che non riusciva né a tenersi in piedi né a indossare alcun indumento senza provare dolore. Quando l’ho incontrata era un fantasma di se stessa. Ho visto braccia e gambe di diversi ragazzini marchiate con plastica fusa, sempre da parte degli aguzzini che ricattavano al telefono i loro familiari. Quando li ho incontrati mi mostravano i segni ma erano sollevati di essere usciti da quell’inferno sani e salvi. Il ragazzo, la donna, i ragazzini li ho conosciuti tutti nello stesso giorno, quel 14 settembre 2017 in cui come giornalista a bordo della nave Aquarius ho testimoniato il salvataggio di 371 persone di 16 nazionalità diverse. Ho le foto qui davanti delle atrocità che vi ho descritto: scelgo di non metterle, ma chiudete gli occhi e immaginatele, per favore. Le ho fatte io e io ve le sto descrivendo.”

Avevo appena messo a letto Filippo ed esasperata condivido il suo stato scrivendo “Forse l’unica cosa è fare uno sciopero della fame”.

Giulio dice sì, che forse è l’unica cosa. Ci scriviamo contemporaneamente su Messenger, dal giorno dopo cominciamo a organizzarci.

Se vuoi cambiare il mondo, non farlo da solo

L’ho imparato con l’esperienza di Terremotocentroitalia, serve un gruppo. Diventiamo presto in cinque, con Claudia Vago, Claudio Riccio e Martina Cera. Tigella e Claudio sono due campaigner nati, le loro idee sono il carburante dell’iniziativa. Martina su Instagram è il punto di riferimento di giovani e giovanissimi sul tema delle migrazioni, impossibile non coinvolgerla.

Scrivo anche ad amici giornalisti e scrittori perché diventino i primi aderenti, in modo da attirare altri: dicono tutti sì e questo loro entusiasmo è la spinta per capire che dobbiamo andare avanti. Li ringrazio davvero uno per uno, appena li vedo li abbraccio, anche se è poco professionale 🙂

Alessandro Rizzo, che è il web designer di questo sito, fa il logo in meno di due ore (“Scusa Ale, mi serve un logo per uno sciopero della fame”. “Ok”.)

Poi arriva la cavalleria, che sono Andrea Borruso e Matteo Tempestini, fanno la mappa e il sito che farà restare tutto questo a futura memoria o nuovo utilizzo.

Domani

Dalle prime condivisioni pubbliche la risposta che abbiamo ricevuto è stata sempre la stessa, ovunque: grazie, perché sono sempre più indignata, ma non so cosa fare per cambiare le cose.

Il sentore comune è che il male prevalga e che attivarsi per prendere posizione non serva a nulla. Non è così, avevo già affrontato la questione parlando della campagna di donazioni ad Arcigay lanciata da un tweet di Simona Melano e con un post dove suggerivo azioni concrete per migranti e rifugiati in questo clima politico. È solo che il modo in cui consumiamo le notizie del giorno non ci permette di avere il tempo di elaborare davvero una risposta concreta ai fatti che ci colpiscono: quante volte vi è capitato di aprire Twitter o Facebook, leggere dell’ennesima sparata del nostro ministro dell’Interno e rimanere invischiati in commenti e reply con toni da stadio? Per questo motivo ho tolto l’app di Facebook dal telefono e ho rimesso il feed cronologico su Twitter.

Quello che facciamo singolarmente ha davvero il potere di muovere qualcosa di grande e, lo so, sembra una frase da coach motivazionale ma vi ho raccontato come è nato #cipassalafame proprio per questo. Se Daniele non avesse scritto quello status, se Giulio non avesse commentato il mio post, se Riccardo Bonacina non avesse fatto uscire il primo pezzo su Vita, se Valentina non ne avesse scritto sul suo blog… Ogni gesto singolo, personale, nell’era dell’individualismo conta ancora di più.

Domani #cipassalafame può essere l’hashtag di chi per un giorno ha fatto una scelta, quella di stare dalla parte giusta, e finire lì. Ma non credo ci basti. Abbiamo scelto il 28 gennaio proprio perché è il giorno dopo la ricorrenza della Giornata della Memoria: ora che sappiamo, che abbiamo davanti a noi la possibilità di fare e non girarci dall’altra parte, tornare alla vita di prima è impossibile.


Vivere vuol dire formarsi una coscienza morale – Piero Gobetti

[La citazione arriva da Tempo senza scelte, di Paolo Di Paolo. Avrei citato tutto il libro, ma mi sembrava esagerato. Archiviatelo in “Consigli di lettura 2019”]

 

 

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