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Organizzare la rabbia e portare la folla all’azione positiva: spunti dal caso Arcigay

Tra il 1 e il 2 giugno, in modo totalmente inaspettato l’associazione italiana l’Arcigay riceve decine, centinaia di donazioni spontanee. Cosa è successo?

Ho letto sul Corriere l’intervista a Lorenzo Fontana, nuovo ministro della Famiglia del governo Salvini, e mi sono arrabbiata. Così ho pensato di trollarlo e fare una donazione in suo nome all’Arcigay

Parte da qui lo tsunami di donazioni, dalla rabbia di Simona Melani, conosciuta su Instagram e i social per il suo blog TheWardrobe. Simona twitta la sua “trollata” e centinaia di persone la seguono con una donazione spontanea. Non sappiamo se imitano anche l’idea di farla in nome del ministro stesso, ma questo è secondario. Centinaia di persone arrabbiate per quello che un ministro della Repubblica italiana ha dichiarato sulle “famiglie arcobaleno”, sulle sue intenzioni di non applicare una legge che invece esiste già.

 

È successo quello che si augurava Stéphane Hessel con il suo pamphlet Indignez vous, Indignatevi, pubblicato in Italia da Add Editore. Senza indignazione non c’è cambiamento, perché “il motore della resistenza è l’indignazione”, scriveva il 93enne diplomatico francese, ex partigiano. “Quando qualcosa ci indigna come a me ha indignato il nazismo, allora diventiamo militanti, forti e impegnati. Abbracciamo un’evoluzione storica e il grande corso della storia continua grazie a ciascuno di noi”. E continua: “È evidente che oggi per essere efficaci occorre organizzarsi in una rete, approfittando di tutti i moderni mezzi comunicazione”.

Nel caso specifico dell’Arcigay sono stati usati “i moderni mezzi di comunicazione”, perché a partire dal tweet di Simona anche le altre donazioni sono state comunicate e condivise sui social, ma non c’è stata nessuna organizzazione. Si è scatenata una scintilla ed è partita l’azione, disordinata, anarchica, ma efficace.

Cosa lo ha reso possibile?

  • L’emulazione di un modello: Simona è una persona seguita in rete, non per le sue azioni politiche, quindi è considerata in qualche modo “neutrale”, anche se non nasconde le sue idee. È una persona normale, non ha agito per la sua autorità politica in qualche campo. Si diffonde l’idea che “se lo fa lei posso farlo anch’io”.
  • L’ironia del gesto: non c’è solo la donazione, ma appunto la “trollata”, qualcosa che nella rabbia si trasforma in canzonata al politico che viene deriso dalla folla per l’assurdità del suo gesto o dichiarazione.
  • La rabbia, l’indignazione: chi ha donato si è riconosciuto nella stessa rabbia provata da Simona, perché le parole di Fontana hanno fatto scattare qualcosa in tutte le persone che hanno a cuore i diritti civili e umani.
  • La sindrome da ristorante “pieno”: è quello che accade quando un’azione (firma di una petizione, donazione, acquisto di protesta) ottiene visibilità grazie ai media o ai social, tutti vogliono farne parte. E raccontarlo.

Quando la rabbia fa del bene

“Ci è stato detto ripetutamente – e l’abbiamo assimilato – che la rabbia è inappropriata, controproducente, fuori luogo. Ho iniziato a dubitarne quando ho capito che chi continua a perpetrare questa visione lo fa nei propri interessi. L’archetipo del nero arrabbiato, della donna arrabbiata, del musulmano arrabbiato sono strumenti di controllo politico, per mettere a tacere i cittadini”. Sono alcuni spunti dall’intervento dell’ex direttore europeo di Change.org, Simon Willis, in una TED del 2015. Durante una cena tra persone molto erudite – giornalisti, scrittori, avvocati per i diritti umani – si è reso conto di aver represso costantemente l’istinto a dire la sua opinione sul vero motivo dei riot di Londra del 2011, per paura di far uscire la sua rabbia. “Invece dobbiamo permetterci di arrabbiarci quando siamo di fronte a un’ingiustizia”.

Negli Stati Uniti, dopo l’elezione di Trump, la rabbia nei confronti delle sue dichiarazioni contro le organizzazioni che si occupano di diritti civili ha portato a un incremento esponenziale delle donazioni private.

L’American Civil Liberties Union ha raccolto più di $24 milioni di donazioni nel weekend post divieto di immigrazione, 6 volte quello che raccoglie in un anno secondo Slate. Un altro caso è quello di Greenpeace che, dopo l’elezione, ha lanciato una campagna “He can’t trump us”, attraverso la quale ha più che raddoppiato il numero di nuovi donatori rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. E ancora, nelle quattro settimane dopo il giorno delle elezioni, il Sierra Club, il più grande gruppo ambientalista negli Stati Uniti, ha coinvolto 18.000 nuovi membri (1.200 firme era il massimo che avevano sinora raggiunto in un mese). (Fonte: Il Giornale Delle Fondazioni)

Usare la rabbia per spingere le persone all’azione, per sostenere la nostra causa, è sbagliato? Oppure anche questo è un passo verso il cambiamento? Possiamo insegnare alle persone come trasformare quella rabbia in energia per costruire”, spiega in un’intervista Charlene Carruthers, attivista statunitense, sottolineando l’importanza a “lottare per” e non solo “lottare contro”.

Senza farsi trovare impreparati quando la scintilla esplode ed essere in grado di guidare, appunto, la rabbia verso un’azione positiva.

Alcuni spunti:

1. L’infrastruttura tecnologica deve essere “pronta”: se l’Arcigay non avesse avuto un portale per le donazioni stabile e ottimizzato per mobile, con la possibilità di sostenere l’organizzazione anche attraverso Paypal, l’onda di sostenitori si sarebbe fermata presto. Simona ha fatto la sua donazione venerdì, il picco di interesse è arrivato con la segnalazione su Repubblica e la maggior parte delle persone nei weekend non sta davanti a un computer ma con il cellulare in mano. Non ho i dati, ma sono convinta che almeno il 50% di quelle donazioni siano arrivate da mobile.

2. Reattività: Arcigay ha capito quello che stava succedendo e ha twittato l’iniziativa riprendendo l’hashtag di una sua vecchia campagna. Forse l’unico errore da parte dell’organizzazione è stato quello di non pubblicare nessun riferimento a Fontana o alle donazioni spontanee in homepage.

3. L’indignazione di cui parla Stéphane Hessel ha bisogno di nutrimento, questo avviene con l’informazione: le organizzazioni dovrebbero essere le prime a diffondere dati e fatti puntuali sui fenomeni commentati dai politici, perché li vivono sul campo.

4. Love & compassion: non posso prendermi carico di una questione che non mi riguarda, anche quando la rabbia è al massimo, se non provo anche empatia nei confronti delle persone coinvolte. È un altro suggerimento dell’attivista Carruthers. Uno spunto di cui tenere conto nelle attività di storytelling.

5. Attenzione ai free agent, le persone influenti che agiscono in modo indipendente per sostenere una causa. Potrebbero fare molto per la vostra organizzazione ma ancora non lo sanno. Cercatele e interessatele ai vostri progetti.

6. Call to action chiara, univoca, organizzazione allineata su una campagna e su un messaggio preciso. In questo caso Arcigay aveva già una campagna di crowdfunding attiva “per la piena uguaglianza, il matrimonio egualitario e il riconoscimento della genitorialità gay e lesbica”. Il tema dell’intervista di Fontana.

Organizzatevi!

“Organizzatevi”, esortava Hessel. “Guardatevi attorno e troverete! Troverete situazioni concrete che vi indurranno a intraprendere un’azione civile risoluta”.

L’ultimo spunto arriva dal gruppo di attivisti di una piattaforma nata a poche ore dal “caso Arcigay”, You Hate, We Donate: alle dichiarazioni di odio gli attivisti invitano a rispondere con una donazione alle associazioni che si occupano di quei diritti calpestati o minacciati dalle istituzioni. Ecco l’indignazione, organizzata.

 

[Photo by Sharon McCutcheon on Unsplash]

 

 

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