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Incentivare la cultura dei test e degli esperimenti per prendere decisioni

L’alunno E. mette a repentaglio la vita dei suoi compagni di classe mescolando nel laboratorio di chimica sostanze a lui sconosciute.

(tratto dal libro La classe fa la ola mentre spiego)

 

Mettiamolo in test era il mantra della riunione del lunedì quando lavoravo come consulente per la più grande piattaforma di petizioni a livello internazionale. Mettiamo in test una petizione contro l’altra. Un oggetto di poche parole contro uno molto lungo. Un testo con l’immagine e uno senza. Togli il bottone della firma, spostalo in alto. Vediamo cosa funziona di più.

Per una piattaforma di contenuti generati dagli utenti, dove vengono pubblicate circa 100 petizioni al giorno solo in italiano, l’unico modo di essere veramente al servizio delle persone era lasciar decidere loro quale avrebbe dovuto ricevere il sostegno del team con campagne di mobilitazione mirate, con attività di ufficio stampa, ecc. Con un test, appunto. Per metà settimana il mio lavoro si svolgeva per tentativi ed errori. Nella maggior parte dei casi significava pianificare attività che non avrebbero avuto seguito, inutili, secondo una prospettiva tradizionale. Ma non secondo quella adottata da questa azienda, permeata dalla cultura delle startup della Silicon Valley: le informazioni raccolte durante le fasi di test facevano parte del nostro compito tanto quanto le attività specifiche di raggiungimento degli obiettivi (ad esempio il numero di firme da raccogliere in una settimana). Mai ho percepito come un fallimento personale la decisione di abbandonare idee o proposte avanzate da me quando i dati indicavano che la strada da seguire avrebbe dovuto essere un’altra. Il modo di agire per test ed errori era talmente integrato nel nostro processo lavorativo che mi sembrava logico affidarmi alla lettura dei numeri per validare le azioni da portare avanti. È rassicurante dire “non lo so, proviamoci”. E sapere che la riuscita non dipende esclusivamente da te, ma da variabili che sono diverse non solo da paese a paese (“eppure in Germania le petizioni sul copyright funzionano così bene, qui sono un disastro!”), ma anche da settimana a settimana nello stesso territorio, magari in base agli eventi politici del giorno.

 

Essere disposti a tornare sui propri passi

Quando aspettative e pretese vengono meno, è naturale non provare più la disperazione, la tristezza e il dolore che ne conseguono quando non si ottiene ciò che si desidera.

(dal blog Zen in the city)

Eppure questa cultura dei test, che inevitabilmente è una cultura dei dati, è rarissima. Si adottano comportamenti e soluzioni perché all’inizio dell’anno si fa una grande pianificazione e difficilmente si è disposti a tornare indietro, anche quando i numeri ci indicano che dovremmo. Cambiare rotta è faticoso, soprattutto se: 1. mi viene imposto dall’alto 2. lo faccio una volta all’anno 3. non è un metodo di lavoro integrato nelle attività quotidiane.

Di recente alla Dataninja School abbiamo deciso di cambiare il formato dei corsi, che fino a un mese fa partivano secondo date fisse a calendario. Ora è tutto nuovo, ci abbiamo investito delle ore di lavoro in più rispetto a quelle previste e abbiamo anche delle aspettative che questo renderà migliore la fruizione dei contenuti per chi si iscrive. Ma al momento non sappiamo se sarà così. Le realtà più piccole, come la nostra, non raccolgono dati sufficienti per cambiare strada di settimana in settimana, ma possono comunque mantenere uno stato d’allerta per accettare di dover tornare indietro se quanto deciso non dovesse funzionare. Ancora una volta è una questione di cultura e di atteggiamento, di essere disposti a tenere uno sguardo indagatore e non possessivo anche nei confronti di quelle che ci sono sembrate ottime idee. Liberarsi dalla sofferenza che deriva dall’attaccamento, direbbe un maestro di mindfulness.

La paura dei dati

Tra i quattro motivi elencati da Beth Kanter per cui le aziende hanno timore a interrogare i dati c’è la paura delle conseguenze, anche personali: cosa succede se scopro di aver sbagliato?

 

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“Preferisco non sapere”, è un’altra delle risposte a questa domanda. Beth Kanter, autrice del libro Measuring the networked non profit, ne indica 4:⁣ ⁣ 1️⃣ Paura delle conseguenze: cosa potrebbe succedere se cominciando a misurare le mie azioni mi accorgessi di procedere sull strada sbagliata? Potrebbe essere una conseguenza reale, perché misurare serve anche a questo, individuare il prima possibile gli errori e cambiare rotta. Allo stesso tempo però il fallimento non deve fare paura, ma servire come strumento per migliorare.⁣ ⁣ 2️⃣ Paura di non rispondere alle aspettative: è un timore che riguarda la difficoltà di individuare degli obiettivi realisticamente raggiungibili. ⁣ ⁣ 3️⃣ Overload di dati che impedisce la comprensione: troppa informazione equivale a nessuna informazione. Misurare tutto ha la stessa utilità che non avviare nessun tipo di programma data-driven all'interno dell'organizzazione. Serve una riflessione sull'oggetto della nostra indagine, per capire a quale domanda devono rispondere i dati che raccogliamo.⁣ ⁣ 4️⃣ Carico di lavoro insostenibile per quanto riguarda il budget da destinare, risorse umane e tempo: alcune organizzazioni considerano la raccolta e l'analisi dei dati come un'attività da appaltare all'esterno, con evidenti costi non sostenibili. Oppure reputano che si tratti di un carico di lavoro ingestibile per il proprio personale. In realtà analizzare i dati permette di lavorare in modo più efficiente e risparmiare tempo e denaro.⁣ .⁣ .⁣ Se parti da zero ti consiglio il nostro corso online #DataStrategy, ora nuovo nuovo in versione “self-paced”!

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L’unica risposta possibile a questo timore dovrebbe darla il tuo responsabile, e dovrebbe essere: bene, cambiamo strada.

Ogni volta che facciamo un esperimento ci mettiamo in pericolo. Perché le parole hanno la stesso significato. Pericolo deriva dal verbo greco peirao, che vuol dire proprio tentare, provare.

Come mi insegnano i filosofi più famosi di Instagram nella loro rubrica Etimologia portami via, per conoscere a fondo qualcosa, per sapere se funziona o meno (per diventare “esperto“), devo fare tanti esperimenti, mettermi in pericolo.

Lo scriveva Gianluca Diegoli in una delle sue newsletter del venerdì: un consulente che sa tutto, che non fa test, che non raccoglie i dati è un consulente che dice di sapere tutto e non dubita mai. Come ci si può fidare?


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