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damien newman

Come raccontare storie difficili senza allontanare le persone

Siamo negli Stati Uniti, giugno 2018. Il Congresso sta per riunirsi e approvare una legge contro la “net neutrality”, la neutralità della rete. Serve la mobilitazione di tutti i cittadini americani, ma anche del resto del mondo, per fermarla. È una legge che potrebbe cambiare per sempre internet così come lo conosciamo, riguarda, letteralmente TUTTI.

Ma a conoscere questo argomento, sapere quale sarà l’impatto della legge se verrà approvata, sono pochi, eruditi addetti ai lavori. Anche chi percepisce la gravità della situazione e vorrebbe convincere altri a fare qualcosa – scendere in piazza, firmare petizioni – non riesce a trovare le formule giuste, non solo per spiegare di cosa si tratta ma anche solo per mantenere alta l’attenzione degli interlocutori dopo aver pronunciato le parole “neutralità della rete”.

Penso a questa difficilissima campagna, che ha coinvolto non piccole associazioni e comitati di quartiere, ma colossi come Google, Apple, Wikipedia, mentre sono a Milano per il Data Camp organizzato da Dataninja nell’ambito del progetto Innovazione per lo Sviluppo. Due giorni di lavoro sui dati della cooperazione internazionale per aiutare 5 organizzazioni a raccontarla meglio, a essere più efficaci e d’impatto quando si presentano al pubblico temi complessi come il diritto alla terra, il diritto all’inviolabilità della persona, la povertà energetica, per citarne alcuni oggetto del workshop. Ogni team è stato affiancato da un designer e da un nostro tutor. Nel mio caso, il tutor sono io e l’ong è alle prese con una questione complessa: deve riuscire a spiegare e coinvolgere “la catechista di paese” – una delle personas individuate – nel problema del land grabbing.

Una parola in inglese, come la net neutrality, che identifica un dramma sociale, con conseguenze immediate sulle nostre vite, in Occidente, e su quelle di miloni di persone nel sud del mondo. Ma chi ne ha mai sentito parlare? E chi ha voglia di saperne di più?

Nessuno vuole sentirsi stupido o fuori dal mondo

Mentre proviamo a sviluppare lo storyboard del progetto, Francesco, designer dello Studio Tundra assegnato al nostro team, esordisce con una verità sacrosanta: la storia non può cominciare escludendo subito l’interlocutore, nessuno vuole sentirsi stupido o fuori dal mondo. Se ti chiedo “sai cos’è il land grabbing, no? allora vieni a scoprirlo”, ti faccio partire in condizioni di inferiorità, inevitabilmente ti allontano da me. Ti sto comunicando che “sei una persona che non ne sa nulla, io ho la verità, te la illustro e poi ti chiedo anche soldi / tempo per farmi continuare a fare quello che faccio, anche se non lo capisci”.

Pensate a quante volte ci sentiamo “esclusi” leggendo un articolo di giornale. Che non comincia raccontando il fatto, ma molto più spesso la posizione di un politico o dello stesso giornalista, su quel fatto. E usa abbreviazioni, termini in altre lingue, riferimenti a leggi che non vengono spiegate. Alziamo una barriera e ci aspettiamo che le persone restino ad ascoltarci.

La net neutrality come gli hamburger

È qui che ripenso alla geniale trovata di Burger King, insieme a Change.org, per spiegare la complessità delle conseguenze della neutralità della rete: usare una metafora e un impatto diretto sull’interlocutore. La metafora è un celebre sandwich venduto dall’azienda, che viene consegnato al consumatore in tempi che dipendono da quanto è disposto a pagare. Ma come, si chiedono, e si arrabbiano: io ho pagato per il prodotto, devo pagare anche per ridurre il tempo della consegna? Sì. Senza una “neutralità” delle reti è quello che succederà con i contenuti di internet. La metafora è efficace. (La mobilitazione meno, o comunque le lobby cattive sono più potenti di quelle buone)

Una cattiva storia

La principale minaccia per la vita umana – l’accavallarsi di emergenze, dalle piogge sempre più violente e torrenziali all’innalzamento dei mari, dai periodi di grave siccità alla diminuzione delle riserve idriche, dalle sempre più vaste zone morte negli oceani alla grande diffusione di insetti nocivi, fino alla scomparsa quotidiana di foreste e specie viventi – per la maggior parte delle persone non è una buona storia.

 

(…) Non solo non riesce a convertirci, non riesce neppure a interessarci. «Per mobilitare le persone, questa deve diventare una questione emotiva». Se continuiamo a sentire lo sforzo di salvare il nostro pianeta come una partita fuori casa di metà campionato, non avremo speranza.

Jonathan Safran Foer – Possiamo salvare il mondo, prima di cena (Guanda)

Ascolto il libro di Safran Foer e mi ricordo che gli scrittori servono a questo: a permetterci di sentirci parte di una storia. Ho ridotto del 50% il mio consumo di carne da quando l’ho cominciato – lo so perché ne tengo traccia. Foer parte dal problema, che è un problema narrativo, e prova a capire cosa è andato storto in questi anni di comunicazione sui cambiamenti climatici. Sono le parole, che il Guardian ha deciso di cambiare, per esempio, ma siamo anche noi: non vogliamo crederci. Il modo in cui Foer mette in luce questo meccanismo non può non toccare i lettori. Vedremo se sarà adottato dalle principali organizzazioni che si occupano di fare sensibilizzazione sulla catastrofe climatica.

Durante il Data Camp una delle ong mi ha confessato di fare molta attività di ricerca sul tema delle violenze di genere, ma di non comunicarla. “Alla fine l’introito maggiore della nostra raccolta fondi deriva dall’adozione a distanza”. È facile, ti permette di creare un rapporto diretto con l’altro, non richiede un cambiamento di comportamento nella mia quotidanità.

Al camp abbiamo provato a prendere i dati e trovare un angolo narrativo coinvolgente. Da dove arriva questo risotto? è la domanda da cui parte il viaggio dell’utente del mio team, che deve lavorare sul land grabbing. Conoscere la provenienza di quello che mangi ti immerge in un viaggio di consapevolezza che parte da lontano ma arriva nel tuo piatto.

Mantenere il legame

Tornando a casa in metro dalla scuola mi sono chiesto se storie come quella di Hamid facciano davvero parte del nostro orizzonte mentale, qui, in Europa. È in fondo la stessa cosa che mi sono chiesto a proposito di Shorsh e del massacro di Halabja […].

Non è solo una questione di parole. Non riguarda solo i termini giusti da trovare per descrivere ciò che avviene ai bordi dell’Europa. È come se la consapevolezza del sommovimento del mondo vada scemando a mano a mano che ci si allontana da quei bordi e si penetra nel cuore dell’Occidente. Accade a Roma, Milano, Parigi, Francoforte. E invece c’è una faglia sotterranea che taglia in due il Mediterraneo da est a ovest. Dal Vicino Oriente fino a Gibilterra.

Nel libro La Frontiera il giornalista e scrittore Alessandro Leogrande cerca prima di tutto una connessione tra se e le persone che incontra, e di cui racconta la vita, spesso drammatica, di attraversamento delle frontiere, di soprusi, di dittature e di torture. Si immerge nelle storie degli altri, ma poi si interroga su come mantenere questo legame, anche quando queste persone non sono più davanti ai suoi occhi.

Quando parliamo di temi che hanno la protezione della vita umana al centro, stabilire un legame emotivo, alla PARI, è uno dei primi sforzi che dobbiamo compiere: condivido le riflessioni di Esperance Hakuzwimana sulle foto delle mani bianche che accolgono i profughi, condivido la questione urgente di parlare di diritto universale all’attraversamento delle frontiere, non di gestione dell’immigrazione.

Qual è la mia relazione con questo problema che l’organizzazione X mi sta mettendo davanti? Questo si chiede l’interlocutore, il donatore, il cittadino che vota.

Come fare

Due le strade che vedo possibili.

Dimostrare che il legame esiste, metterti da parte e concentrarti sulla tua PERSONA, intesa come soggetto protagonista della comunicazione. È l’eroe della storia, non sei tu.

Dimostrare che la sua AZIONE – la risposta alla tua call to action – può effettivamente cambiare le cose. Ogni scelta, anche quella di ignorare il mio messaggio, avrà delle conseguenze.

Non è facile, bisogna mettersi costantemente in discussione e lasciare da parte la tentazione di aggiungere dettagli al messaggio principale. Proviamoci.

 


Per saperne di più sui risultati del Data Camp e dei progetti delle singole organizzazioni puoi seguire la presentazione in diretta che faremo il 30 ottobre alle 12:30. Bisogna iscriversi e poi collegarsi sulla piattaforma Zoom.

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