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I numeri che parlano di noi

Mi vedo scritta su tutti i muri, ogni dato mi parla di me

Negli ultimi giorni dell’anno i servizi web a cui sono abbonata fanno a gara per raccontarmi “come è andato il mio 2019”. Spotify dice che ho ascoltato 49 ore di musica prodotta da Brian Eno (certo, ogni sera almeno 30 minuti, caro Spotify, per addormentare mio figlio), e poi artisti provenienti da 51 paesi del mondo. Secondo Strava, l’app che registra l’attività fisica inviata dai miei “sensori” (orologi, fascia cardio…), ho corso per 615 chilometri. Con Toggl vedo che il mio progetto lavorativo principale quest’anno è stata la Dataninja School: ma non mi serviva un tracker per scoprirlo, la mia testa è sempre lì (chissà se corrisponde anche ai dati di sintesi di Fatture in Cloud…).

E quanto ha inciso il mio attivismo nel cambiare il mondo e rispetto a tutto il resto dei miei impegni dell’anno? Se esistesse un servizio che lo monitora potrebbe mostrarmi questo:

Al momento l’unica piattaforma di donazioni che mi racconta qual è stato il mio impatto è Kiva, che mi invita a differenziare i prestiti del microcredito mostrando anche quali settori ho trascurato:

Raccontare le storie (delle persone) con i dati

Amo questi report di fine anno, perché parlano di me e non delle aziende che li hanno prodotti. Ma ovviamente parlano anche di loro, di come mi hanno aiutato a raggiungere i miei obiettivi, di come mi hanno fatto passare il tempo, mi hanno aiutata a tenere in ordine la contabilità, e molto altro. I dati raccontano chi siamo e a fine anno non vediamo l’ora di condividere qualcosa che ci riguarda, che ci aiuta a tirare le somme: per questo i report con un punto di vista personale sono un ottimo contenuto di content marketing, ma anche di consapevolezza sulle nostre abitudini. Possono aiutarci a migliorare e a cambiare comportamenti negativi per la nostra salute. Mi piacerebbe per esempio che il mio supermercato di fiducia mi restituisse gli stessi dati: “Donata, il tuo 2019 è fatto di burro: guarda quanti biscotti hai comprato”. Ma per il momento sogno. E conto, da sola, almeno finché mi ricordo di farlo.

 

 

Il mio vero year in review

E il tempo passato con gli amici chi lo traccia? E la famiglia? Il vero “year in review” del 2019 me lo sono fatta io: una treemap di affetti e lavoro, creatività e cultura prodotta e consumata.

Non ho usato un grafico a torta perché non volevo un limite del 100% nel dare un valore numerico a ogni pezzetto della mia vita.

Aggiungo una nota per alcuni rettangolini:

Libri. Tre titoli che rappresentano il mio 2019 sono L’arte della vittoria, biografia del fondatore della Nike, appassionante parabola della crescita di un’azienda di cui diamo per scontato ogni successo. In questa fase imprenditoriale della mia vita mi ha dato la carica per l’anno che mi aspetta. Poi c’è il Manuale di scrittura creativa di Simona Sciancalepore, scialuppa di salvataggio per tutte quelle giornate che si aprono con la mente vuota e stanca. E un romanzo: l’ultimo della trilogia di Don Winslow, Il Confine, molto più incisivo di mille articoli di cronaca per capire il male che stiamo facendo alzando i muri alle frontiere dei nostri Stati.

Dataninja School. È il mio secondo figlioletto, il primo pensiero appena sveglia e l’ultimo prima di andare a dormire. È nato prima Filippo o la school? Ancora devo capirlo, ma i due “ragazzi” devono convivere, e quest’anno mi sono allenata per trovare un equilibrio tra loro (e me). Cinquecento studenti passati nei nostri corsi, cinque miglioramenti di prodotto dal giorno di lancio, 438 “lezioni” inviate, 930 iscritti alla lista “School” (che partiva da 0), 784 follower su Instagram, 5 webinar di presentazione al pubblico, molte stories, tante recensioni positive. Praticamente solo gioie, una fortuna, visto che nel 2020 sarà la mia attività principale.

Il tempo libero (libri, podcast, scrittura, natura, serie tv, arte, sport). Non so bene cosa voglia dire questa espressione, perché in qualche modo trasformo tutto lo svago in strumento utile per il lavoro, appigliandomi alla celebre frase di Mafe De Baggis “il cazzeggio di oggi è il fatturato di domani“.

Attivismo. Il 2019 è stato l’anno di #cipassalafame, che nel 2020 dovrà diventare ancora più incisivo: vorremo uscire dai social e incontrarci ogni 28 del mese, ognuno nella propria città. Ci proviamo.

Treno. Sto diventando adulta, finisco le slide per corsi e consulenze ben 1 giorno prima della scadenza! Questo vuol dire che le ore di treno sono dolci momenti in solitudine per consumare tutti quei contenuti arretrati che in modo esagerato accumulo in ogni formato (carta, audio, video, digitale).

Filippo. Sarà che non mi piace lamentarmi, almeno pubblicamente, ma per ogni gesto o parola nuova che impara questo piccoletto, dalla memoria si cancellano i giorni più faticosi o più difficili. Abbiamo sdoganato così tanto il diritto di essere madri che non sempre sono felici di esserlo, che quando lo siamo troviamo quasi vergognoso ammettere che fare figli è (anche) una figata pazzesca.

2020, sono pronta a contare anche te.

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